Il Web 2.0 non è in grado di auto-alimentarsi economicamente

L’articolo del Financial Times (ripreso da Downloadblog) riconduce ad un tema che l’entusiasmo per l’evoluzione del Web tende ad oscurare: il Web 2.0 non è in grado di generare liquidità a livelli soddisfacenti. Non è stato ancora concepito il giusto metodo per fare cassa in scioltezza e continuità. Le start-up fanno affidamento in modo quasi esclusivo ai venture capitals, e la valutazione economica delle stesse si allontana dalla realtà.

“If you look at some of the valuations, you wonder what fantasy of revenues they’re based on,” said Mitchell Kertzman, a partner at Silicon Valley venture capital firm Hummer Winblad.

Se è vero che la maggior parte delle start-up nasce con un solo obiettivo in mente, ossia creare un nuovo servizio sufficientemente innovativo per il mercato ed aspettare che qualche pesce grosso le acquisisca, è vero anche che non tutte le società la pensano allo stesso modo. Zuckerberg ad esempio continua a difendere la sua creatura (Facebook) dagli attacchi dei possibili acquirenti, forse perché è in attesa della “big one” delle opportunità, o forse perché ha altro in mente. Fatto sta che pur avendo tra le mani uno strumento potente e flessibile, il suo meccanismo pubblicitario stenta a decollare. Anzi, non va proprio. Le cose potrebbero cambiare con l’arrivo dell’anticipato aggiornamento di Facebook e con la riorganizzazione di News Feed (più annessa apertura a servizi esterni) che potrebbe veicolare in modo più efficace la pubblicità. Per il momento però non va.

Insomma, tante ed originali le idee per i servizi, poche e confuse le idee per il ritorno economico. Attualmente le speranze maggiori sono riposte nella creazione degli account Pro, quelli con funzioni extra a pagamento. E’ la strada che è stata scelta da Pownce, ma con quale esito? E’ la strada che è stata annunciata da David Karp per la sua creatura, Tumblr, in una recente intervista a Wallstrip.

Sono dell’opinione che bisognerebbe sempre andarci cauti con la scelta degli account Pro a pagamento perché possono condurre a reazioni diverse: a seconda di come li imposti può cambiare la percezione dell’utente.

Non mancano le eccezioni. La strategia delle estensioni a pagamento sembra funzionare su Wordpress.com. Questo è un punto da non sottovalutare: WordPress.com non ha un account Pro, non crea scomode distinzioni tra utenti di fascia A e utenti di fascia B. Più semplicemente propone delle estensioni a pagamento per quelle funzioni che chi ha un account free utilizza tutti i giorni, rispettando certe limitazioni. E comunque, questa unica fonte di ricavi probabilmente da sola non basta. Lo stesso Mullenweg qualche tempo fa ha ammesso di essere ancora alla ricerca di una brillante idea per la monetizzazione.

Risorse correlate: Matt Mullenweg dice la sua su blog e pubblicità
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10 pensieri su “Il Web 2.0 non è in grado di auto-alimentarsi economicamente

  1. A volte basterebbe poco per vedere il Ritorno perl proprio Investimento (ROI) andare in positivo.

    Molte aziende che guadagnano attraverso i proprio servizi esposti in Rete, difficilmente investono in aspetti come l’Usabilità. Aspetti che di fatto garatirebbero, nella maggior parte dei casi, un raddoppio del tasso di conversione degli utenti, quindi guadagni in più pe rogni visita!

    Un esempio è dato da un posto sul mio blog che parla di come poter raddoppiare il proprio budget per la pubblicità on line
    http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/04/09/come-guadagnare-piu-soldi-dalla-pubblicita/

  2. Su Flickr il sistema Pro sembra funzionare… loro danno cittadinanza a tutti di base, con poche limitazioni oltre al massimo di foto visibili. Per il resto l’accesso è praticamente totale, e forse è per questo che non si sono alienati le simpatie degli utenti base (anche se potrebbero rivedere la politica dei limiti per chi non paga).
    È la politica anche di wordpress.com: anche se non paghi non ti tolgono accesso a nulla.
    Dove il Pro mi sembra che non funzioni, ad esempio, è last.fm… del resto lì il limite è proprio, probabilmente, nei servizi in più per i paganti. Non sembrano un gran ché, o semplicemente sono mal presentati.

  3. Poluz, Flickr merita un discorso a sé, poiché si tratta di un servizio esplicitamente rivolto ad appassionati della fotografia o professionisti. L’account Pro a quel punto diventa motivo d’orgoglio e strumento per mostrare a tutti la propria vena creativa. Flickr non è un servizio fine a sé stesso, come invece lo è (esempio) Pownce. A parte questo però, come dici tu, il servizio è talmente ben fatto e concepito che chi non ha un account Pro non si sente escluso dal “gioco”, ma anzi partecipa tanto quanto gli altri (nonostante i limiti per gli account free siano esageratamente bassi).

    Ovviamente sto generalizzando, ma la mia impressione è che le persone che non si interessano di fotografia, ma che usano le fotografie solo per far vedere agli amici quanto si sono divertiti alla festa di Tizio, o quanto è stato bello il concerto di Caio, facciano ricorso ad altri servizi rigorosamente gratuiti come l’album fotografie di Facebook, o come Photobucket, che negli USA va per la maggiore.

  4. Antgri, il solo perfezionamento dell’usabilità di un servizio da solo non è in grado di incrementare l’indice di conversione dei clienti. E’ un ragionamento che puoi fare “in teoria”. Ma nella pratica gli ostacoli sono molti: ad esempio le esternalità di rete una volta avviate e consolidate, sono difficili da scardinare. Per fare un esempio, nessun programma di IM allo stato attuale è in grado di compromettere seriamente e sottrarre utenti al leader di mercato, Microsoft Messenger. Eppure di programmi alternativi a Messenger con una migliore usabilità ce ne sono fin troppi. Stesso discorso per molti servizi web.

  5. #Lore
    Di fatto, da studi elaborati da Jacob Nielsen ed il suo NN Gruop ( http://www.nngroup.com/ ), una consulenza “media” di usabilità, raddoppia il grado di conversione degli utenti su un sito: fa in modo che un numero doppio di utenti che visitano il sito diventino clienti. Questo dato non è frutto di uno studio teorico, bensì dell’analisi di numerosi casi di studio concreti, quindi consulenti fatte su siti Web reali.

    Che poi esistano altre strategieper aumentare il tasso di conversione, concordo. Io parlo di quelle che conosco direttamente lavorando in questo ambito.

    Qualora volessi approfondire l’argomento, puoi trovare sul mio blog più di un post che acacrezza questa tematica.
    http://antoniogrillo.wordpress.com

  6. Ciao Lore, complimenti come sempre per i tuoi articoli.

    Volevo chiederti se avevi a disposizione il testo integrale dell’articolo del Financial Times, mi sarebbe utile.

    Grazie e a presto.

  7. Ciao Gianbi, felice di vederti! :)

    Intendi dire che non ti mostra il testo integrale, ma ti presenta il banner “Want to read more?”?

    In questo caso c’è un piccolo trucco per leggere gli articoli del Financial Times per intero: individui la porzione dell’indirizzo dell’articolo dove dice

    Authorised=false

    e al posto di false metti true.

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